tutte queste chitarre che suonano nelle notti tormentate. che nuvole accidenti, che luna. che scendano, escano dai tombini dei cunicoli deserti. gli scarafaggi salgono su dalla panetteria ormai abbandonata da anni. mani da pianista, chiudere gli occhi e spianare una pianura. darei un coniglio in un cappello per fare del tatto un vizio e aderire senza pretese ad ogni superficie. per essere la camicia tra il tavolo e il ferro da stiro. gli oggetti inanimati devono essere così coerenti che quasi non si spostano alle correnti di vento. le palme poi, il palquet. esercitiamoci nella veduta di insieme, imprimiamola sul muro nero delle palpebre e teniamocela addosso quando si chiudono.

vorrei un intervistatore davanti a me, che mi chiedesse checazzovuoidallavita? e una sigaretta accesa tra il medio e l’anulare. solo per il piacere di chiuderlo in un cerchio di fumo e fargli fare il lula-hop! davanti a me, rannicchiata vicino alle sue scarpe di vernice scura. per sapere se ride ancora, di cuore.

oggi tre uomini barbuti gracchiavano risate in una pizzeria. è stato bellissimo, chissà chi gli ha insegnato. (perchè sei la persona di cui più mi fido alla terra, al cielo, insegnami a ridere così).  in quale delle circonvoluzioni del cervello ho riposto la memoria del battito caduco, il mutismo della mancanza. sono finita in un caffè scuro e nuoto, piego e stendo.

il banco di sardine non m’ha ingoiata intera, come invece una balena bianca, un pò più in là.

aprile 21, 2010

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c’è un vuotume che m’assale come un banco di sardine, quindi brevemente m’assento.   sono qui, comunque, vi guardo e vi sento.

aprile 20, 2010

aprile si sfila le maniche e si piega al vento del nord.                                                                                                                                                                                          mi diluiscono, le serate estive. quando cammino e c’è salsedine e mi raggiungono gli odori dei profumi da donna, si susseguono, con la luna è una falce squarcerei anche il cielo a veder cosa nasconde. certi bisbigli da sotto il muretto, certe certezze sospese accanto ai galleggianti dei pescatori, sulla superficie del mare. l’ora più bella è questa. è quella in cui il buio è una notte cala, cola e ricopre e non è altro.                                                                                            solo molluschi e le loro conchiglie.                                                                                                                                         sotterro questo momento sotto la sabbia scura, allontano i mozziconi perchè non gli insegnino ad esaurirsi, e pure gli altri resti, relitti                             perchè tu non debba mai imparare. come si fa.

ognivoltache ti tagli la barba taglio l’erbadelprato               per mantenere le maree,per mantenere le maree, far sì che ritorni, averti davanti.

occhi scuri neri se piangi

aprile 15, 2010

sentire i miei passi rieccheggiare sotto i ponti / ah, ad aver gambe da fenicottero per scavalcare cartine geografiche, confini / rovesciare i vulcani, farne imbuti e versarmici dentro / in un sorso solo può sparire il mondo

nel pacifico irrequieto

aprile 12, 2010

potrei dire basta, chessò. se fossi ubriaca o ubriacona direi basta! avvitando il tappo di ferro alla fiaschetta dell’ultimo whisky.  oppure, adesso la smetto. lo dicono i fumatori questo, i fumatori cani accaniti e le loro stramaledette sigarette, come le chiamano, con un’aria d’amor dannato e controverso, fatale. basterebbe che fosse la fine in realtà anche se finire è un verbo assai curioso e anche se la realtà non dorme mai.

portatemi a casa, per favore. una casa qualunque, non la mia. una casa dalle stanze verniciate molto tempo fa, con gli angoli a 90 gradi, con soffitti alti o bassi, con quadri in bagno e piastrelle azzurrochiaro, melaverde. dei pavimenti riscaldati su cui camminare a piedi nudi, una casa vuota. vorrei non aver nulla da perdere invece di essere lumaca con un castello sulla schiena. se non espiraste mai e vi limitaste ad inspirare sareste sicuramente megagalattici ma volereste sull’alaska da qualche anno di sicuro.

adieu. mon dieu. spesso i pensieri sono peggiori di me.

[foto di Marcin Filipowicz]

macedonia

aprile 7, 2010

antipasto.

oh capitano mio capitano. non so. pioveva e io con le ruote della bici aprivo le pozzanghere come viscere. non nascondevano niente, potevo sorpassarle e scordarle in un baleno.  non ho voglia di scrivere nè di parlare davanti a questo mio sguardo petroliera. perchè non lascia fuori niente, non trasuda, ricopre, perchè non si salvano gatti o gabbianelle.

primo.

torino si apre come un melograno al giorno, le nonne affettano la frutta in pezzi sottili, le clementine non hanno i semi. ho visto un uomo zoppicare per tre giorni temendo di schiacciare un bacio che gli avevi lasciato sotto un piede. alcuni prendono alla lettera le poesie.. poi succede che non sanno più tornare.

secondo.

via via, vieni via con me cantano alcuni in fondo al coro di rane e lumache, sembrano sirene quando li guardo slacciar le funi dei piccoli ulisse sulla riva. entra in questo amore buio, io ci andrei di sicuro. accanto alla mia contentezza orizzontale e alla tristezza verticale impalerei lo stupore come una bandiera. sventola al vento, si straccia si consuma. ma è meglio così le radici non nidificano ai polsi o alle caviglie. niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri

contorno.

lei dice: se scandagliassi i miei fondali non mi scopriresti sincera, lunainpiena.  lui prende la testa, rotonda:  l’ipocrisia non è mentire ma distinguere, tu senti vivere un groviglio, una voce aliena.  lei perde la testa, affonda.

frutta.

accanto a me una creatura alta un metro e un mento sorride imprecisata: un suo gesto qualsiasi mi strapperebbe cuore o risata, ancora non so. ritaglia la sagoma dalla carta da pacchi e la contempla nella sua sottigliezza. è seduta su un vecchio ceppo di quercia e si muove a causa di piccole pulsazioni interiori che quando mancano la fanno tacere.

dolce.

se durante questo pranzo mi cadesse una donna tra le braccia con i capelli così e il viso così e così (uguale uguale a quella di franz gutter)  beh se mi cadesse, le direi: non considerare, contempla. abituati alla tua presenza ti verrà a cercare se dovessi perderti. non tentar suicidi, tenta la vita e “ama tutti, fidati di pochi, non fare torto a nessuno”. e lo dico pure a voi.

sporco cinico amaro.

aprile 1, 2010

bukowski amicomio s’infila come la pioggia sulle grondaie, tra i vestiti

“Spesso, con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi semplicementi staccano, si stancano: lascio perdere. Sono educato. Faccio segno di sì. Fingo di capire, perchè non voglio ferire nessuno. Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l’anima a fettucce, ridotta a una specie di piatto di tagliatelle spirituali” 

certe volte è difficile stare, come quando cota vince in piemonte. e nessuno se ne accorge