sono in quella fase della mia vita, un pò poco copernicana,                                                                                                                                                               in cui ho la sensazione (di un fisicità pari ad una borsa dell’acqua calda) che ogni presenza in questo mondo esista solo perchè in qualche modo influisce su di me. anche le amache del messico, certo. “chi s’è visto s’è visto chi non s’è visto non c’è”                                                                                                                                                          ne parlano pure gli scrittori, di quando erano bambini e gli pareva che uscendo dalla stanza, una volta che non s’era più lì a vederli, gli oggetti si liquefacessero in una specie di vuoto potenziale.  o che magari un addetto spaziale si occupasse di arrotolare tutto quanto come un kebab o un sacco a pelo, per mandarlo a scomparire.  (fino al prossimo ingresso che avrebbe rispiegato ogni cosa come un silenzioso pic-nic)

mbè. ero in quei dieci giorni della mia vita ma non più. stamattina fu speciale come un meteorite di migliaia di settimane fa. un signore dagli occhiali gialli e dalle lenti immaginarie m’ha donato quello che un occhio inesperto avrebbe scambiato per un pezzo di puzzle, un frammento d’un solo colore.

“eccoti un pezzo dell’universo. scommetto che mai nessuno te l’aveva regalato prima” (fagli fare il giro del mondo)

scomparse nella folla lasciandomi nemmeno un momento d’ora in poi.

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il dottore abbagliato estrasse poi il lampadario dal ventre della sventurata che aveva messo al mondo un’elettrica abat-jour. abat-jour vuol dire qualcosa come “far stramazzare il giorno” che preferisco a paralume per la sfumatura di dolore che, di certo, s’appresta a questa storia. effettivamente la giornata si accasciò poco dopo, come i miei budini, e la nascitura fu messa sul comò, con sollievo, civette e ambarabaccicicoccò.                                                                                                                      in parecchi avrebbero voluto nascere così, insensati e tragici. perchè certe volte sembra che solo la dispersione di senso possa esprimere la tragedia di nascere nudi  non dire nulla ma dire tutto.                                                                                                     io penso che forse di questa miavita mi basterebbero le colazioni.

_ delle volte capitava che facevamo colazione insieme e io mettevo un cucchiaino di zucchero nel suo tè e lei faceva lo stesso nel mio caffèlatte. una mattina coi fiori dei mandorli che piovevano nel cortile come fosse neve lei mi ha detto: “ricordi quando a Mosca facevamo colazione in piedi davanti alla finestra e buttavamo le molliche di pane ai passerotti che stavano fuori sotto la neve?”_

anche se la russia non l’ho vista mai

occhi scuri neri se piangi

aprile 15, 2010

sentire i miei passi rieccheggiare sotto i ponti / ah, ad aver gambe da fenicottero per scavalcare cartine geografiche, confini / rovesciare i vulcani, farne imbuti e versarmici dentro / in un sorso solo può sparire il mondo

nel pacifico irrequieto

aprile 12, 2010

potrei dire basta, chessò. se fossi ubriaca o ubriacona direi basta! avvitando il tappo di ferro alla fiaschetta dell’ultimo whisky.  oppure, adesso la smetto. lo dicono i fumatori questo, i fumatori cani accaniti e le loro stramaledette sigarette, come le chiamano, con un’aria d’amor dannato e controverso, fatale. basterebbe che fosse la fine in realtà anche se finire è un verbo assai curioso e anche se la realtà non dorme mai.

portatemi a casa, per favore. una casa qualunque, non la mia. una casa dalle stanze verniciate molto tempo fa, con gli angoli a 90 gradi, con soffitti alti o bassi, con quadri in bagno e piastrelle azzurrochiaro, melaverde. dei pavimenti riscaldati su cui camminare a piedi nudi, una casa vuota. vorrei non aver nulla da perdere invece di essere lumaca con un castello sulla schiena. se non espiraste mai e vi limitaste ad inspirare sareste sicuramente megagalattici ma volereste sull’alaska da qualche anno di sicuro.

adieu. mon dieu. spesso i pensieri sono peggiori di me.

[foto di Marcin Filipowicz]

sporco cinico amaro.

aprile 1, 2010

bukowski amicomio s’infila come la pioggia sulle grondaie, tra i vestiti

“Spesso, con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi semplicementi staccano, si stancano: lascio perdere. Sono educato. Faccio segno di sì. Fingo di capire, perchè non voglio ferire nessuno. Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l’anima a fettucce, ridotta a una specie di piatto di tagliatelle spirituali” 

certe volte è difficile stare, come quando cota vince in piemonte. e nessuno se ne accorge

verso nello yogurt i corn flakes a forma d’alfabeto e immergo una prodigiosa S col cucchiaino. la guardo naufragare nel sapor di fragola. presto la raggiungono certe U, una o due T e delle A, H, F e il resto della collezione, io penso a quante frasi si staran formando sotto la superficie rosa. ho lo stesso sentore di quando cerco di indovinare i tuoi pensieri.

ne ho intravisto uno ieri che raccontava così:

ci son cose arrampicate sopra a scale invisibili di cui non riesco a parlare ma che mi fanno guardare in alto a dire, arrivo. le nuvole si addensano come pascoli e quando filtra il sole mi ricordo di essere il pastore ma rimango seduto sull’erba per stare. le nuvole a pascoli nascondono la mia trasparenza tipica di lupimannari e vampiri. che fare, che dire. dovrei farti gli auguri per le donne, per te donna ma dovremo aspettare e vederti crescere ancora.

mi dici, non usare le maiuscole mai, diventi una presuntuosa gerarchica che costruisce piramidi con in fondo lettere minuscole, più su gli articoli poi i nomi e infine i verbi e ci metti a capo i nomi propri, imbecilli, che si gonfiano di unicità, ma noi siamo pari non dispari, noi siamo pari nel mondo. gli stessi. lo dici con un affanno che mi spaventa e che mi fa svegliare. (siamo sei miliardi)

ti guardo e indovino i tuoi pensieri perchè lasciano la scia come lumache.

cerco di camminare con questo amore in braccio, cammino con in mano un uovo nel cucchiaino e potrebbe rompersi, si romperà da un momento all’altro. quando guardo mia madre riesco a percepire la discrepanza tra l’immagine che ha di se stessa e quel che le è capitato di essere. ci riesco perchè m’ha trasferito  questo stesso avanzo attraverso l’amore e il cordone ombelicale.

sbatte l’uovo e piange, non è più capace di piangere se prima non decide di farlo ma quando lo fa ci crede davvero come se non esistessero altro che lacrime in questo mondo del diavolo con aculei da trapassare il cuore. piango anche io quando la vedo colare nell’impasto per la milanese. è qualcosa di disperato.  io apparecchio la tavola, metto il coltello il tovagliolo così che si possa ritrovare nella fisicità dei denti della forchetta, nei fiori di ceramica del piatto.     è un brutto posto dove poter tornare, un brutto porto la cena apparecchiata.

ci sono parole incastrate in gola che ti fanno russare la notte e fili di lana intrappolati sottopelle che sembrano grosse vene. e io sono sconfitta perchè ti guardo solo quando dormi.