giugno 19, 2010

da casa mia si vedono gli occhi della collina, si vedono anche i camini ma non parlano più di niente. c’è una finestra rossa, tra quelle buie e le altre, accese. dentro si consumano chissà quali meraviglie. c’è anche la mia sigaretta che si consuma, si consuma si consuma

dopodomani è il mio compleanno, ma io non mi consumo, non ardo. vivo

 (?)

(la foto è di yashica, la nuova macchina fotografica, pellicola. il cielo è di torino ma è più azzurro di così)

sono in quella fase della mia vita, un pò poco copernicana,                                                                                                                                                               in cui ho la sensazione (di un fisicità pari ad una borsa dell’acqua calda) che ogni presenza in questo mondo esista solo perchè in qualche modo influisce su di me. anche le amache del messico, certo. “chi s’è visto s’è visto chi non s’è visto non c’è”                                                                                                                                                          ne parlano pure gli scrittori, di quando erano bambini e gli pareva che uscendo dalla stanza, una volta che non s’era più lì a vederli, gli oggetti si liquefacessero in una specie di vuoto potenziale.  o che magari un addetto spaziale si occupasse di arrotolare tutto quanto come un kebab o un sacco a pelo, per mandarlo a scomparire.  (fino al prossimo ingresso che avrebbe rispiegato ogni cosa come un silenzioso pic-nic)

mbè. ero in quei dieci giorni della mia vita ma non più. stamattina fu speciale come un meteorite di migliaia di settimane fa. un signore dagli occhiali gialli e dalle lenti immaginarie m’ha donato quello che un occhio inesperto avrebbe scambiato per un pezzo di puzzle, un frammento d’un solo colore.

“eccoti un pezzo dell’universo. scommetto che mai nessuno te l’aveva regalato prima” (fagli fare il giro del mondo)

scomparse nella folla lasciandomi nemmeno un momento d’ora in poi.

comincio a starnutire

marzo 28, 2010

c’è la lampada di camera mia che scotta e io ci vorrei cuocere un uovo sopra e farlo colare sulle matite, i quaderni, l’evidenziatore e fare una frittata gigante, una frittata di tutto. ci ingloberei anche qualche secondo e almeno un ricordo e poi l’appenderei al muro in memoria di oggi.

perchè ho un ombrello nella borsa e fuori c’è il sole e io non vedo l’ora che arrivi l’erba e il polline a cui sono allergica e i piedi nudi in riva al fiume. solo certi quadri di hopper hanno un sole così.  ah, poi ci sarà l’ombra solo sotto alle cose che esistono, che vedono tutti e di cui nessuno ha paura. come gli alberi, le tende, i balconi       e le macchine che fanno più morti dei fantasmi ma non sarò io ad andarglielo a dire.                      avrò un vestito a quadretti rossi e in ognuno di quei quadretti ci metterò un burattino a spiare dalla finestra quadrata e non sotto alla gonna; così non sarò mai sola ma nemmeno con qualcuno.

ti sono cresciuti i capelli. come mi piaci coi capelli così.

(lo sai perchè in cielo fa più freddo che qui?
perchè non ci sono nè mucche, nè stalle non c’è la gente e la febbre.)
e quasi sparisce il corpo

post riciclabile

marzo 5, 2010

e così la terra trema, trema e lo sento che trema di paura quando vede la fine negli oceani neri, nei sacchetti di plastica, nei cieli copertiprobiti. si raffredda e starnutisce dalle bocche dei vulcani. lo capisco, lo farei anche io, perciò mi unisco a questo lamento ma non grido perchè le ruspe e trivelle e bestioni col loro baccano si sostituiscono alle voci e ai canti. io veggente cassandra sventurata già vedo i neonati non nati tacere con me nelle loro culle grigie.  (trattenendo il respiro per non fars’inquinare)

cerco di camminare con questo amore in braccio, cammino con in mano un uovo nel cucchiaino e potrebbe rompersi, si romperà da un momento all’altro. quando guardo mia madre riesco a percepire la discrepanza tra l’immagine che ha di se stessa e quel che le è capitato di essere. ci riesco perchè m’ha trasferito  questo stesso avanzo attraverso l’amore e il cordone ombelicale.

sbatte l’uovo e piange, non è più capace di piangere se prima non decide di farlo ma quando lo fa ci crede davvero come se non esistessero altro che lacrime in questo mondo del diavolo con aculei da trapassare il cuore. piango anche io quando la vedo colare nell’impasto per la milanese. è qualcosa di disperato.  io apparecchio la tavola, metto il coltello il tovagliolo così che si possa ritrovare nella fisicità dei denti della forchetta, nei fiori di ceramica del piatto.     è un brutto posto dove poter tornare, un brutto porto la cena apparecchiata.

ci sono parole incastrate in gola che ti fanno russare la notte e fili di lana intrappolati sottopelle che sembrano grosse vene. e io sono sconfitta perchè ti guardo solo quando dormi.

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febbraio 16, 2010

foto di tommaso fiscaletti

lo vedi quell’uomo? non quello in smoking ma più in alto, sulla sinistra. ha il passo colto in fragrante e la testa mozzata dalla luce, decapitato. lo vedi adesso? ecco. io amo questa foto per nessuna ragione in particolare  è che mi piace il modo in cui il fumo unisce la folla. sono quasi sicura che davanti a loro si stia consumando un incendio, di un tendone da circo, forse.

le donne si stringono le mani sul petto a schiacciare in dentro una possibilità, la tragedia. in mezzo a loro un clown svestito si denuda di ogni certezza e di ogni risata; la bocca si increspa come il legno divorato dal fuoco e il sorriso scompare in una smorfia carbone. non c’è un sussulto nella scena nè un singhiozzo. una bicicletta viene portata via, sottratta allo spettacolo come si tappano gli occhi a un bambino impedendogli di guardare. (ehi non scordarti di lui) si, lui la sagoma nera: aspetta, forse nessun’altro lo vede o l’hanno visto già tutti e se ne sono dimenticati. è uno che rimane, che resterà anche quando gli altri se ne saranno andati, anche adesso che me ne vado io.

febbraio 3, 2010

e se contempli piangendo le stelle e ti si riempe l’anima di impossibili, è la mia solitudine che viene a bacarti “