febbraio 12, 2012

sento il tabacco in polvere della sigaretta stringersi in gola
si direbbe un giorno calmo, le signore entrano e escono dalla chiesa, il mercato in fondo alla via non è poi così rumoroso e credo che qualcuno vada in bicicletta nonostante questo freddo indifferente.
ma il modo in cui il giorno entra dalla finestra aperta è brusco e livido
il mio letto disfatto è sempre più simile a una zattera da naufragio. il cuore in burrasca. alcuni oggetti senza passione nè modestia si contendono lo spazio, qualcuno cade dagli angoli con un tonfo.
arrivano sempre i pirati la domenica

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spiccioli momentanei

agosto 20, 2010

avevo fissato gli spigoli delle pareti alcune ore ma continuavo a vedere soltanto spine dorsali. vorrei conoscerli questi camaleonti  domestici che cuciono le mie distorsioni, perchè mi insegnino il trucco, lo schiocco di dita.  certe volte si infilano nello spazio tra le mattonelle e nemmeno chilogrammi di candeggina e calore placano i segni del loro venire.     si muovono con lo stesso principio che i critici cinematografici chiamano rivisitazione                   lo posso spiegare, è come se nella stanza entrasse qualcuno a mettersi una forcina per capelli dal pavimento in tasca, si versasse il caffè nella tazza della dentiera e lo lasciasse depositare sul fondo e poi andasse via. e noi vedessimo tutto.   fanno così i miei camaleonti ma ho gli occhi troppo stanchi per seguirli

sono gonfi dal sonno, gonfiati da un’idea malsana: vorrei avere due vite. che si snodino parallele come un dna e non si incontrassero se non per caso, nella discesa o salita da un tram.

in una delle due sarei circa così, forse coi capelli più lunghi e i discorsi spuntati di quattro o cinque dita. e piangendo farei cerchi concentrici nell’acqua della pozzanghera. sfamerei i passeri davanti all’università, e saprei conoscere l’amare a sorgente che sgorga e viene imbottigliato, etichettato con lo stesso nome, riposto sugli scaffali e poi bevuto, bevuto, pisciato e bevuto di nuovo (altissimo e purissimo).

nell’altra non lo so, forse niente. magari sarei una grande onda, che non conosce che un modo per parlare e s’increspa contro gli scogli nel mare di gennaio. saprei amare a giorni alterni senza per questo desistere dalla mia natura.  e dire al vento “appiattiscimi e piegami come un origami, e scoprimi sul palmo di una mano quando sarai solo”    senza tradire nessuno, nè sbagliare o andare alla deriva.

non scrivo d’estate, mi graffia le mattine e i pomeriggi, e a mezzogiorno la luce  è dittatura (fa paura)

bruschi andamenti

marzo 17, 2010

le bacchette cinesi, la catechesi, le bacche rosse, le ginocchia in preghiera, cappuccetto, la sera. mi sporco le mani facilmente, farfalle, farina, latte e le stelle per farne biscotti non crudi, son cotti? toglili in fretta, stacca la spina.  torte tranquille come conigli che un attimo dopo -mio dio! ma son gigli. fa nulla ci sono abituata, è salsa non sangue, mi son solo bruciata. ma uffa e che barba e che accidenti di vita.

il macellaio di via boccaccio è stato ritrovato morto, proprio sotto casa mia. io non mi sono accorta di nulla, di spasmi o invocazioni. avevo la morte a cinquantametri ma non l’ho fiutata, un fruscio? no. non ho mai comprato bistecche o salsicce, 4 etti di petto di pollo, un hamburger. quelli che restano si circondano di non ho mai per dimenticare i non ho più. quello che si è fatto è rinchiuso nel corpo rigido che non avrà nè memoria nè ricordi.  ho spento l’omino del telegiornale chè mi pareva stanco.

pezzi di carne appesi ad asciugare, un coltello, un bancone d’un bianco candore. vedi, il grembiule inzozzato era bianco uguale ma poi un vitello, un maiale, ed ecco imbrattarsi come una tela dipinta, un arrendersi stanchi, un’altra vita vinta. ti piangono in cerchio, arrivano i fiori, ma tanti, di tutti i colori. padrenostro non respiro la tua volontà.  son solo le otto di mattina, c’è il sole, un attimo ancora ricomparirà il calore.

cerco di camminare con questo amore in braccio, cammino con in mano un uovo nel cucchiaino e potrebbe rompersi, si romperà da un momento all’altro. quando guardo mia madre riesco a percepire la discrepanza tra l’immagine che ha di se stessa e quel che le è capitato di essere. ci riesco perchè m’ha trasferito  questo stesso avanzo attraverso l’amore e il cordone ombelicale.

sbatte l’uovo e piange, non è più capace di piangere se prima non decide di farlo ma quando lo fa ci crede davvero come se non esistessero altro che lacrime in questo mondo del diavolo con aculei da trapassare il cuore. piango anche io quando la vedo colare nell’impasto per la milanese. è qualcosa di disperato.  io apparecchio la tavola, metto il coltello il tovagliolo così che si possa ritrovare nella fisicità dei denti della forchetta, nei fiori di ceramica del piatto.     è un brutto posto dove poter tornare, un brutto porto la cena apparecchiata.

ci sono parole incastrate in gola che ti fanno russare la notte e fili di lana intrappolati sottopelle che sembrano grosse vene. e io sono sconfitta perchè ti guardo solo quando dormi.

affluenze d’influenze

febbraio 18, 2010

non capisco perchè il raffreddore assomigli tanto a raffreddare, chè io son sicura sicura di bollire.

terrena mio malgrado

gennaio 21, 2010

mi piace il mattino mentre si dischiude al giorno.

il gabbiano vola appena più in alto dell’orizzonte. il torpore della laguna ancora assopita si manifesta nel silenzio rarefatto mentre cospirazioni d’ombre si dissolvono col primo sole.

mi hai chiesto dove sei e io avrei voluto non esserci
dietro a schiene giganti di monti,
mi chiedo se fuggo o se rimango ancora
in questo fiato piatto
e loro ricurve, dal peso dei cento tramonti
si chiedono se non sia l’ora
di lasciar spasmi e fantasmi al vento.

salgono le voci dalla strada e con loro sale anche il fremito del terremoto da terre lontane. me ne resto seduta, per ora.    fuori dalla finestra l’aria sembra aria e non acqua grigia o verde            che mi fa nuotare e stanca mentre non riprendo fiato e non mi curo dei fondali.

cosa sono, io, in questa stanza?    un respiro  un gesto un fiore? nemmeno   cosa sposto nel mondo che s’illumina di giorno e s’abbandona, si svuota la notte. crea ricordi, li raccoglie, li colleziona. dissotterra e sepellisce gatti. si asciuga i capelli, innaffia i fiori, fa l’amore nell’appartamento di sotto e cerca di far piano.  

conta i giorni e li esaurisce.   (li riconta e ne scopre uno nascosto tra le dita)

èlavita.

gennaio 15, 2010

cos’è che manca?

oltre quel bianco e oltre quel fiume un albero secolare s’è lasciato sfasciare dal tempo. è strano che non siano accorsi i passanti, sarebbero accorsi per l’uomo d’infarto il bambino in pianto e la donna parto

immagino il tonfo, lo smisurato pianto. muti gli alberi anche cascando. liberarmi dei discorsi, sostituire la pesantezza delle parole con quella del tronco.  in questi giorni mi sdraio sotto le piante del lago e mi nascondo.

non contemplo, non ricordo

è vero, sono fuori dai giorni    come l’acqua del lago è fuori dal tempo

[la foto è mia, come anche la mancanza, le piante del lago invece ]