il dottore abbagliato estrasse poi il lampadario dal ventre della sventurata che aveva messo al mondo un’elettrica abat-jour. abat-jour vuol dire qualcosa come “far stramazzare il giorno” che preferisco a paralume per la sfumatura di dolore che, di certo, s’appresta a questa storia. effettivamente la giornata si accasciò poco dopo, come i miei budini, e la nascitura fu messa sul comò, con sollievo, civette e ambarabaccicicoccò.                                                                                                                      in parecchi avrebbero voluto nascere così, insensati e tragici. perchè certe volte sembra che solo la dispersione di senso possa esprimere la tragedia di nascere nudi  non dire nulla ma dire tutto.                                                                                                     io penso che forse di questa miavita mi basterebbero le colazioni.

_ delle volte capitava che facevamo colazione insieme e io mettevo un cucchiaino di zucchero nel suo tè e lei faceva lo stesso nel mio caffèlatte. una mattina coi fiori dei mandorli che piovevano nel cortile come fosse neve lei mi ha detto: “ricordi quando a Mosca facevamo colazione in piedi davanti alla finestra e buttavamo le molliche di pane ai passerotti che stavano fuori sotto la neve?”_

anche se la russia non l’ho vista mai

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aprile 20, 2010

aprile si sfila le maniche e si piega al vento del nord.                                                                                                                                                                                          mi diluiscono, le serate estive. quando cammino e c’è salsedine e mi raggiungono gli odori dei profumi da donna, si susseguono, con la luna è una falce squarcerei anche il cielo a veder cosa nasconde. certi bisbigli da sotto il muretto, certe certezze sospese accanto ai galleggianti dei pescatori, sulla superficie del mare. l’ora più bella è questa. è quella in cui il buio è una notte cala, cola e ricopre e non è altro.                                                                                            solo molluschi e le loro conchiglie.                                                                                                                                         sotterro questo momento sotto la sabbia scura, allontano i mozziconi perchè non gli insegnino ad esaurirsi, e pure gli altri resti, relitti                             perchè tu non debba mai imparare. come si fa.

ognivoltache ti tagli la barba taglio l’erbadelprato               per mantenere le maree,per mantenere le maree, far sì che ritorni, averti davanti.

occhi scuri neri se piangi

aprile 15, 2010

sentire i miei passi rieccheggiare sotto i ponti / ah, ad aver gambe da fenicottero per scavalcare cartine geografiche, confini / rovesciare i vulcani, farne imbuti e versarmici dentro / in un sorso solo può sparire il mondo

macedonia

aprile 7, 2010

antipasto.

oh capitano mio capitano. non so. pioveva e io con le ruote della bici aprivo le pozzanghere come viscere. non nascondevano niente, potevo sorpassarle e scordarle in un baleno.  non ho voglia di scrivere nè di parlare davanti a questo mio sguardo petroliera. perchè non lascia fuori niente, non trasuda, ricopre, perchè non si salvano gatti o gabbianelle.

primo.

torino si apre come un melograno al giorno, le nonne affettano la frutta in pezzi sottili, le clementine non hanno i semi. ho visto un uomo zoppicare per tre giorni temendo di schiacciare un bacio che gli avevi lasciato sotto un piede. alcuni prendono alla lettera le poesie.. poi succede che non sanno più tornare.

secondo.

via via, vieni via con me cantano alcuni in fondo al coro di rane e lumache, sembrano sirene quando li guardo slacciar le funi dei piccoli ulisse sulla riva. entra in questo amore buio, io ci andrei di sicuro. accanto alla mia contentezza orizzontale e alla tristezza verticale impalerei lo stupore come una bandiera. sventola al vento, si straccia si consuma. ma è meglio così le radici non nidificano ai polsi o alle caviglie. niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri

contorno.

lei dice: se scandagliassi i miei fondali non mi scopriresti sincera, lunainpiena.  lui prende la testa, rotonda:  l’ipocrisia non è mentire ma distinguere, tu senti vivere un groviglio, una voce aliena.  lei perde la testa, affonda.

frutta.

accanto a me una creatura alta un metro e un mento sorride imprecisata: un suo gesto qualsiasi mi strapperebbe cuore o risata, ancora non so. ritaglia la sagoma dalla carta da pacchi e la contempla nella sua sottigliezza. è seduta su un vecchio ceppo di quercia e si muove a causa di piccole pulsazioni interiori che quando mancano la fanno tacere.

dolce.

se durante questo pranzo mi cadesse una donna tra le braccia con i capelli così e il viso così e così (uguale uguale a quella di franz gutter)  beh se mi cadesse, le direi: non considerare, contempla. abituati alla tua presenza ti verrà a cercare se dovessi perderti. non tentar suicidi, tenta la vita e “ama tutti, fidati di pochi, non fare torto a nessuno”. e lo dico pure a voi.

nani

marzo 21, 2010

hai sempre scacciato i miei difetti, li hai nascosti sotto lo zerbino. ma, vedi, adesso sembrano una tana per folletti e ai vicini non si può più mentire. so che li appiattisci dì per dì pulendoti le scarpe con fermezza e io dalla poltrona blu sospiro al perseverare di un omicidio fatto male. deglutisco come dovresti fare anche tu per poi digerirmi con coraggio.

un piccolo nano mi si è infilato nel pantalone, si è fatto strada fino alla cintura e, pieno di fango, sporcaccione, m’ha guardata con ardore dicendo che bella vita, signorina, non c’è che dire.  ho sorriso sui miei diciannove anni trascorsi, gli sbagli e i portenti, ma quando l’ho visto riferirsi ai fianchi l’ho preso tra le dita come fosse un pizzicotto

e tu chi sei? la prudenza? la scostanza? l’egoismo o l’autoreferenza?  appena tutti gli occhi della casa uscirono per le loro direzioni ho rimesso ogni dubbio sotto il tappeto con il loro sfortunato annunciatore.

marzo 11, 2010

stendimi come un panno, un impasto, una creatura svenuta. stà attento a non svegliarmi , non domandarti se respiro. avvicinati, posati (foglia, polvere, piuma) e dimmi sei parole che mi riporteranno in vita.

“sei un chicco di riso amoremio”

 

sorpresi mia moglie e il suo amante due volte,

la prima sul fatto,

l’altra andandomene compiaciuto

.

ma presto la rivoltella fu rivolta su di me

e io gia giacqui riverso a terra,

riversando sangue e il sacro patto.