gennaio 11, 2012

ho mangiato degli spaghetti al sugo che mi son sembrati subito tentacoli di polipo così me ne sono sbarazzata, inorridita.
devo avere degli occhi molto tristi, ne sento spesso tremare il contorni
e a volte si spengono, su  parole sottomarine che s’abissano     gluglu

spiccioli momentanei

agosto 20, 2010

avevo fissato gli spigoli delle pareti alcune ore ma continuavo a vedere soltanto spine dorsali. vorrei conoscerli questi camaleonti  domestici che cuciono le mie distorsioni, perchè mi insegnino il trucco, lo schiocco di dita.  certe volte si infilano nello spazio tra le mattonelle e nemmeno chilogrammi di candeggina e calore placano i segni del loro venire.     si muovono con lo stesso principio che i critici cinematografici chiamano rivisitazione                   lo posso spiegare, è come se nella stanza entrasse qualcuno a mettersi una forcina per capelli dal pavimento in tasca, si versasse il caffè nella tazza della dentiera e lo lasciasse depositare sul fondo e poi andasse via. e noi vedessimo tutto.   fanno così i miei camaleonti ma ho gli occhi troppo stanchi per seguirli

sono gonfi dal sonno, gonfiati da un’idea malsana: vorrei avere due vite. che si snodino parallele come un dna e non si incontrassero se non per caso, nella discesa o salita da un tram.

in una delle due sarei circa così, forse coi capelli più lunghi e i discorsi spuntati di quattro o cinque dita. e piangendo farei cerchi concentrici nell’acqua della pozzanghera. sfamerei i passeri davanti all’università, e saprei conoscere l’amare a sorgente che sgorga e viene imbottigliato, etichettato con lo stesso nome, riposto sugli scaffali e poi bevuto, bevuto, pisciato e bevuto di nuovo (altissimo e purissimo).

nell’altra non lo so, forse niente. magari sarei una grande onda, che non conosce che un modo per parlare e s’increspa contro gli scogli nel mare di gennaio. saprei amare a giorni alterni senza per questo desistere dalla mia natura.  e dire al vento “appiattiscimi e piegami come un origami, e scoprimi sul palmo di una mano quando sarai solo”    senza tradire nessuno, nè sbagliare o andare alla deriva.

non scrivo d’estate, mi graffia le mattine e i pomeriggi, e a mezzogiorno la luce  è dittatura (fa paura)

tutte queste chitarre che suonano nelle notti tormentate. che nuvole accidenti, che luna. che scendano, escano dai tombini dei cunicoli deserti. gli scarafaggi salgono su dalla panetteria ormai abbandonata da anni. mani da pianista, chiudere gli occhi e spianare una pianura. darei un coniglio in un cappello per fare del tatto un vizio e aderire senza pretese ad ogni superficie. per essere la camicia tra il tavolo e il ferro da stiro. gli oggetti inanimati devono essere così coerenti che quasi non si spostano alle correnti di vento. le palme poi, il palquet. esercitiamoci nella veduta di insieme, imprimiamola sul muro nero delle palpebre e teniamocela addosso quando si chiudono.

vorrei un intervistatore davanti a me, che mi chiedesse checazzovuoidallavita? e una sigaretta accesa tra il medio e l’anulare. solo per il piacere di chiuderlo in un cerchio di fumo e fargli fare il lula-hop! davanti a me, rannicchiata vicino alle sue scarpe di vernice scura. per sapere se ride ancora, di cuore.

oggi tre uomini barbuti gracchiavano risate in una pizzeria. è stato bellissimo, chissà chi gli ha insegnato. (perchè sei la persona di cui più mi fido alla terra, al cielo, insegnami a ridere così).  in quale delle circonvoluzioni del cervello ho riposto la memoria del battito caduco, il mutismo della mancanza. sono finita in un caffè scuro e nuoto, piego e stendo.

il banco di sardine non m’ha ingoiata intera, come invece una balena bianca, un pò più in là.

aprile 21, 2010

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c’è un vuotume che m’assale come un banco di sardine, quindi brevemente m’assento.   sono qui, comunque, vi guardo e vi sento.

macedonia

aprile 7, 2010

antipasto.

oh capitano mio capitano. non so. pioveva e io con le ruote della bici aprivo le pozzanghere come viscere. non nascondevano niente, potevo sorpassarle e scordarle in un baleno.  non ho voglia di scrivere nè di parlare davanti a questo mio sguardo petroliera. perchè non lascia fuori niente, non trasuda, ricopre, perchè non si salvano gatti o gabbianelle.

primo.

torino si apre come un melograno al giorno, le nonne affettano la frutta in pezzi sottili, le clementine non hanno i semi. ho visto un uomo zoppicare per tre giorni temendo di schiacciare un bacio che gli avevi lasciato sotto un piede. alcuni prendono alla lettera le poesie.. poi succede che non sanno più tornare.

secondo.

via via, vieni via con me cantano alcuni in fondo al coro di rane e lumache, sembrano sirene quando li guardo slacciar le funi dei piccoli ulisse sulla riva. entra in questo amore buio, io ci andrei di sicuro. accanto alla mia contentezza orizzontale e alla tristezza verticale impalerei lo stupore come una bandiera. sventola al vento, si straccia si consuma. ma è meglio così le radici non nidificano ai polsi o alle caviglie. niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri

contorno.

lei dice: se scandagliassi i miei fondali non mi scopriresti sincera, lunainpiena.  lui prende la testa, rotonda:  l’ipocrisia non è mentire ma distinguere, tu senti vivere un groviglio, una voce aliena.  lei perde la testa, affonda.

frutta.

accanto a me una creatura alta un metro e un mento sorride imprecisata: un suo gesto qualsiasi mi strapperebbe cuore o risata, ancora non so. ritaglia la sagoma dalla carta da pacchi e la contempla nella sua sottigliezza. è seduta su un vecchio ceppo di quercia e si muove a causa di piccole pulsazioni interiori che quando mancano la fanno tacere.

dolce.

se durante questo pranzo mi cadesse una donna tra le braccia con i capelli così e il viso così e così (uguale uguale a quella di franz gutter)  beh se mi cadesse, le direi: non considerare, contempla. abituati alla tua presenza ti verrà a cercare se dovessi perderti. non tentar suicidi, tenta la vita e “ama tutti, fidati di pochi, non fare torto a nessuno”. e lo dico pure a voi.

comincio a starnutire

marzo 28, 2010

c’è la lampada di camera mia che scotta e io ci vorrei cuocere un uovo sopra e farlo colare sulle matite, i quaderni, l’evidenziatore e fare una frittata gigante, una frittata di tutto. ci ingloberei anche qualche secondo e almeno un ricordo e poi l’appenderei al muro in memoria di oggi.

perchè ho un ombrello nella borsa e fuori c’è il sole e io non vedo l’ora che arrivi l’erba e il polline a cui sono allergica e i piedi nudi in riva al fiume. solo certi quadri di hopper hanno un sole così.  ah, poi ci sarà l’ombra solo sotto alle cose che esistono, che vedono tutti e di cui nessuno ha paura. come gli alberi, le tende, i balconi       e le macchine che fanno più morti dei fantasmi ma non sarò io ad andarglielo a dire.                      avrò un vestito a quadretti rossi e in ognuno di quei quadretti ci metterò un burattino a spiare dalla finestra quadrata e non sotto alla gonna; così non sarò mai sola ma nemmeno con qualcuno.

ti sono cresciuti i capelli. come mi piaci coi capelli così.

(lo sai perchè in cielo fa più freddo che qui?
perchè non ci sono nè mucche, nè stalle non c’è la gente e la febbre.)
e quasi sparisce il corpo

bruschi andamenti

marzo 17, 2010

le bacchette cinesi, la catechesi, le bacche rosse, le ginocchia in preghiera, cappuccetto, la sera. mi sporco le mani facilmente, farfalle, farina, latte e le stelle per farne biscotti non crudi, son cotti? toglili in fretta, stacca la spina.  torte tranquille come conigli che un attimo dopo -mio dio! ma son gigli. fa nulla ci sono abituata, è salsa non sangue, mi son solo bruciata. ma uffa e che barba e che accidenti di vita.

il macellaio di via boccaccio è stato ritrovato morto, proprio sotto casa mia. io non mi sono accorta di nulla, di spasmi o invocazioni. avevo la morte a cinquantametri ma non l’ho fiutata, un fruscio? no. non ho mai comprato bistecche o salsicce, 4 etti di petto di pollo, un hamburger. quelli che restano si circondano di non ho mai per dimenticare i non ho più. quello che si è fatto è rinchiuso nel corpo rigido che non avrà nè memoria nè ricordi.  ho spento l’omino del telegiornale chè mi pareva stanco.

pezzi di carne appesi ad asciugare, un coltello, un bancone d’un bianco candore. vedi, il grembiule inzozzato era bianco uguale ma poi un vitello, un maiale, ed ecco imbrattarsi come una tela dipinta, un arrendersi stanchi, un’altra vita vinta. ti piangono in cerchio, arrivano i fiori, ma tanti, di tutti i colori. padrenostro non respiro la tua volontà.  son solo le otto di mattina, c’è il sole, un attimo ancora ricomparirà il calore.