sono in quella fase della mia vita, un pò poco copernicana,                                                                                                                                                               in cui ho la sensazione (di un fisicità pari ad una borsa dell’acqua calda) che ogni presenza in questo mondo esista solo perchè in qualche modo influisce su di me. anche le amache del messico, certo. “chi s’è visto s’è visto chi non s’è visto non c’è”                                                                                                                                                          ne parlano pure gli scrittori, di quando erano bambini e gli pareva che uscendo dalla stanza, una volta che non s’era più lì a vederli, gli oggetti si liquefacessero in una specie di vuoto potenziale.  o che magari un addetto spaziale si occupasse di arrotolare tutto quanto come un kebab o un sacco a pelo, per mandarlo a scomparire.  (fino al prossimo ingresso che avrebbe rispiegato ogni cosa come un silenzioso pic-nic)

mbè. ero in quei dieci giorni della mia vita ma non più. stamattina fu speciale come un meteorite di migliaia di settimane fa. un signore dagli occhiali gialli e dalle lenti immaginarie m’ha donato quello che un occhio inesperto avrebbe scambiato per un pezzo di puzzle, un frammento d’un solo colore.

“eccoti un pezzo dell’universo. scommetto che mai nessuno te l’aveva regalato prima” (fagli fare il giro del mondo)

scomparse nella folla lasciandomi nemmeno un momento d’ora in poi.

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il dottore abbagliato estrasse poi il lampadario dal ventre della sventurata che aveva messo al mondo un’elettrica abat-jour. abat-jour vuol dire qualcosa come “far stramazzare il giorno” che preferisco a paralume per la sfumatura di dolore che, di certo, s’appresta a questa storia. effettivamente la giornata si accasciò poco dopo, come i miei budini, e la nascitura fu messa sul comò, con sollievo, civette e ambarabaccicicoccò.                                                                                                                      in parecchi avrebbero voluto nascere così, insensati e tragici. perchè certe volte sembra che solo la dispersione di senso possa esprimere la tragedia di nascere nudi  non dire nulla ma dire tutto.                                                                                                     io penso che forse di questa miavita mi basterebbero le colazioni.

_ delle volte capitava che facevamo colazione insieme e io mettevo un cucchiaino di zucchero nel suo tè e lei faceva lo stesso nel mio caffèlatte. una mattina coi fiori dei mandorli che piovevano nel cortile come fosse neve lei mi ha detto: “ricordi quando a Mosca facevamo colazione in piedi davanti alla finestra e buttavamo le molliche di pane ai passerotti che stavano fuori sotto la neve?”_

anche se la russia non l’ho vista mai

tutte queste chitarre che suonano nelle notti tormentate. che nuvole accidenti, che luna. che scendano, escano dai tombini dei cunicoli deserti. gli scarafaggi salgono su dalla panetteria ormai abbandonata da anni. mani da pianista, chiudere gli occhi e spianare una pianura. darei un coniglio in un cappello per fare del tatto un vizio e aderire senza pretese ad ogni superficie. per essere la camicia tra il tavolo e il ferro da stiro. gli oggetti inanimati devono essere così coerenti che quasi non si spostano alle correnti di vento. le palme poi, il palquet. esercitiamoci nella veduta di insieme, imprimiamola sul muro nero delle palpebre e teniamocela addosso quando si chiudono.

vorrei un intervistatore davanti a me, che mi chiedesse checazzovuoidallavita? e una sigaretta accesa tra il medio e l’anulare. solo per il piacere di chiuderlo in un cerchio di fumo e fargli fare il lula-hop! davanti a me, rannicchiata vicino alle sue scarpe di vernice scura. per sapere se ride ancora, di cuore.

oggi tre uomini barbuti gracchiavano risate in una pizzeria. è stato bellissimo, chissà chi gli ha insegnato. (perchè sei la persona di cui più mi fido alla terra, al cielo, insegnami a ridere così).  in quale delle circonvoluzioni del cervello ho riposto la memoria del battito caduco, il mutismo della mancanza. sono finita in un caffè scuro e nuoto, piego e stendo.

il banco di sardine non m’ha ingoiata intera, come invece una balena bianca, un pò più in là.

macedonia

aprile 7, 2010

antipasto.

oh capitano mio capitano. non so. pioveva e io con le ruote della bici aprivo le pozzanghere come viscere. non nascondevano niente, potevo sorpassarle e scordarle in un baleno.  non ho voglia di scrivere nè di parlare davanti a questo mio sguardo petroliera. perchè non lascia fuori niente, non trasuda, ricopre, perchè non si salvano gatti o gabbianelle.

primo.

torino si apre come un melograno al giorno, le nonne affettano la frutta in pezzi sottili, le clementine non hanno i semi. ho visto un uomo zoppicare per tre giorni temendo di schiacciare un bacio che gli avevi lasciato sotto un piede. alcuni prendono alla lettera le poesie.. poi succede che non sanno più tornare.

secondo.

via via, vieni via con me cantano alcuni in fondo al coro di rane e lumache, sembrano sirene quando li guardo slacciar le funi dei piccoli ulisse sulla riva. entra in questo amore buio, io ci andrei di sicuro. accanto alla mia contentezza orizzontale e alla tristezza verticale impalerei lo stupore come una bandiera. sventola al vento, si straccia si consuma. ma è meglio così le radici non nidificano ai polsi o alle caviglie. niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri

contorno.

lei dice: se scandagliassi i miei fondali non mi scopriresti sincera, lunainpiena.  lui prende la testa, rotonda:  l’ipocrisia non è mentire ma distinguere, tu senti vivere un groviglio, una voce aliena.  lei perde la testa, affonda.

frutta.

accanto a me una creatura alta un metro e un mento sorride imprecisata: un suo gesto qualsiasi mi strapperebbe cuore o risata, ancora non so. ritaglia la sagoma dalla carta da pacchi e la contempla nella sua sottigliezza. è seduta su un vecchio ceppo di quercia e si muove a causa di piccole pulsazioni interiori che quando mancano la fanno tacere.

dolce.

se durante questo pranzo mi cadesse una donna tra le braccia con i capelli così e il viso così e così (uguale uguale a quella di franz gutter)  beh se mi cadesse, le direi: non considerare, contempla. abituati alla tua presenza ti verrà a cercare se dovessi perderti. non tentar suicidi, tenta la vita e “ama tutti, fidati di pochi, non fare torto a nessuno”. e lo dico pure a voi.

sporco cinico amaro.

aprile 1, 2010

bukowski amicomio s’infila come la pioggia sulle grondaie, tra i vestiti

“Spesso, con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi semplicementi staccano, si stancano: lascio perdere. Sono educato. Faccio segno di sì. Fingo di capire, perchè non voglio ferire nessuno. Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l’anima a fettucce, ridotta a una specie di piatto di tagliatelle spirituali” 

certe volte è difficile stare, come quando cota vince in piemonte. e nessuno se ne accorge

marzo 11, 2010

stendimi come un panno, un impasto, una creatura svenuta. stà attento a non svegliarmi , non domandarti se respiro. avvicinati, posati (foglia, polvere, piuma) e dimmi sei parole che mi riporteranno in vita.

“sei un chicco di riso amoremio”

verso nello yogurt i corn flakes a forma d’alfabeto e immergo una prodigiosa S col cucchiaino. la guardo naufragare nel sapor di fragola. presto la raggiungono certe U, una o due T e delle A, H, F e il resto della collezione, io penso a quante frasi si staran formando sotto la superficie rosa. ho lo stesso sentore di quando cerco di indovinare i tuoi pensieri.

ne ho intravisto uno ieri che raccontava così:

ci son cose arrampicate sopra a scale invisibili di cui non riesco a parlare ma che mi fanno guardare in alto a dire, arrivo. le nuvole si addensano come pascoli e quando filtra il sole mi ricordo di essere il pastore ma rimango seduto sull’erba per stare. le nuvole a pascoli nascondono la mia trasparenza tipica di lupimannari e vampiri. che fare, che dire. dovrei farti gli auguri per le donne, per te donna ma dovremo aspettare e vederti crescere ancora.

mi dici, non usare le maiuscole mai, diventi una presuntuosa gerarchica che costruisce piramidi con in fondo lettere minuscole, più su gli articoli poi i nomi e infine i verbi e ci metti a capo i nomi propri, imbecilli, che si gonfiano di unicità, ma noi siamo pari non dispari, noi siamo pari nel mondo. gli stessi. lo dici con un affanno che mi spaventa e che mi fa svegliare. (siamo sei miliardi)

ti guardo e indovino i tuoi pensieri perchè lasciano la scia come lumache.