maggio 23, 2010

lui conobbe lei e se stesso, perchè in verità non s’era mai saputo. e lei conobbe lui e se stessa, perchè pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così. (Calvino)

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il dottore abbagliato estrasse poi il lampadario dal ventre della sventurata che aveva messo al mondo un’elettrica abat-jour. abat-jour vuol dire qualcosa come “far stramazzare il giorno” che preferisco a paralume per la sfumatura di dolore che, di certo, s’appresta a questa storia. effettivamente la giornata si accasciò poco dopo, come i miei budini, e la nascitura fu messa sul comò, con sollievo, civette e ambarabaccicicoccò.                                                                                                                      in parecchi avrebbero voluto nascere così, insensati e tragici. perchè certe volte sembra che solo la dispersione di senso possa esprimere la tragedia di nascere nudi  non dire nulla ma dire tutto.                                                                                                     io penso che forse di questa miavita mi basterebbero le colazioni.

_ delle volte capitava che facevamo colazione insieme e io mettevo un cucchiaino di zucchero nel suo tè e lei faceva lo stesso nel mio caffèlatte. una mattina coi fiori dei mandorli che piovevano nel cortile come fosse neve lei mi ha detto: “ricordi quando a Mosca facevamo colazione in piedi davanti alla finestra e buttavamo le molliche di pane ai passerotti che stavano fuori sotto la neve?”_

anche se la russia non l’ho vista mai

tutte queste chitarre che suonano nelle notti tormentate. che nuvole accidenti, che luna. che scendano, escano dai tombini dei cunicoli deserti. gli scarafaggi salgono su dalla panetteria ormai abbandonata da anni. mani da pianista, chiudere gli occhi e spianare una pianura. darei un coniglio in un cappello per fare del tatto un vizio e aderire senza pretese ad ogni superficie. per essere la camicia tra il tavolo e il ferro da stiro. gli oggetti inanimati devono essere così coerenti che quasi non si spostano alle correnti di vento. le palme poi, il palquet. esercitiamoci nella veduta di insieme, imprimiamola sul muro nero delle palpebre e teniamocela addosso quando si chiudono.

vorrei un intervistatore davanti a me, che mi chiedesse checazzovuoidallavita? e una sigaretta accesa tra il medio e l’anulare. solo per il piacere di chiuderlo in un cerchio di fumo e fargli fare il lula-hop! davanti a me, rannicchiata vicino alle sue scarpe di vernice scura. per sapere se ride ancora, di cuore.

oggi tre uomini barbuti gracchiavano risate in una pizzeria. è stato bellissimo, chissà chi gli ha insegnato. (perchè sei la persona di cui più mi fido alla terra, al cielo, insegnami a ridere così).  in quale delle circonvoluzioni del cervello ho riposto la memoria del battito caduco, il mutismo della mancanza. sono finita in un caffè scuro e nuoto, piego e stendo.

il banco di sardine non m’ha ingoiata intera, come invece una balena bianca, un pò più in là.