sorpresi mia moglie e il suo amante due volte,

la prima sul fatto,

l’altra andandomene compiaciuto

.

ma presto la rivoltella fu rivolta su di me

e io gia giacqui riverso a terra,

riversando sangue e il sacro patto.

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ma quanta pelle ho.

ho perso alcuni treni e qualche bianconiglio ma mi meraviglio ancora d’esserci. e lascio quasi sempre un testamento sotto il cuscino nel caso in cui un pezzetto si dimenticasse di funzionare, perchè potrebbe succedere, per disattenzione. non riesco a concentrarmi, dev’essere normale. quando mangio i wafer immagino sempre costruzioni a piani e se li impilo diventano grattacieli. non sono miope ma svengo facilmente alla svista d’una parola che se ne va.

il tempo non arriva mai tutto insieme, ci sono volte in cui sembra dilatato e non succede niente e allora stai male e anche le persone attorno a te stanno male e l’aria è lineare, ci sono poi momenti in cui i giorni arrivano tutti insieme e allora ti senti bene e il mondo torna circolare e sai amare, di nuovo.

sta notte non è nessuno dei due, potrei contare le stelle, trasporle su carta lucida e misurare calcolare cercare una costante per poi darle il mio nome. o dedicarla a te.

cerco di camminare con questo amore in braccio, cammino con in mano un uovo nel cucchiaino e potrebbe rompersi, si romperà da un momento all’altro. quando guardo mia madre riesco a percepire la discrepanza tra l’immagine che ha di se stessa e quel che le è capitato di essere. ci riesco perchè m’ha trasferito  questo stesso avanzo attraverso l’amore e il cordone ombelicale.

sbatte l’uovo e piange, non è più capace di piangere se prima non decide di farlo ma quando lo fa ci crede davvero come se non esistessero altro che lacrime in questo mondo del diavolo con aculei da trapassare il cuore. piango anche io quando la vedo colare nell’impasto per la milanese. è qualcosa di disperato.  io apparecchio la tavola, metto il coltello il tovagliolo così che si possa ritrovare nella fisicità dei denti della forchetta, nei fiori di ceramica del piatto.     è un brutto posto dove poter tornare, un brutto porto la cena apparecchiata.

ci sono parole incastrate in gola che ti fanno russare la notte e fili di lana intrappolati sottopelle che sembrano grosse vene. e io sono sconfitta perchè ti guardo solo quando dormi.

affluenze d’influenze

febbraio 18, 2010

non capisco perchè il raffreddore assomigli tanto a raffreddare, chè io son sicura sicura di bollire.

click

febbraio 16, 2010

foto di tommaso fiscaletti

lo vedi quell’uomo? non quello in smoking ma più in alto, sulla sinistra. ha il passo colto in fragrante e la testa mozzata dalla luce, decapitato. lo vedi adesso? ecco. io amo questa foto per nessuna ragione in particolare  è che mi piace il modo in cui il fumo unisce la folla. sono quasi sicura che davanti a loro si stia consumando un incendio, di un tendone da circo, forse.

le donne si stringono le mani sul petto a schiacciare in dentro una possibilità, la tragedia. in mezzo a loro un clown svestito si denuda di ogni certezza e di ogni risata; la bocca si increspa come il legno divorato dal fuoco e il sorriso scompare in una smorfia carbone. non c’è un sussulto nella scena nè un singhiozzo. una bicicletta viene portata via, sottratta allo spettacolo come si tappano gli occhi a un bambino impedendogli di guardare. (ehi non scordarti di lui) si, lui la sagoma nera: aspetta, forse nessun’altro lo vede o l’hanno visto già tutti e se ne sono dimenticati. è uno che rimane, che resterà anche quando gli altri se ne saranno andati, anche adesso che me ne vado io.

spaventapasseri

febbraio 14, 2010

si mi son svegliata di cattivumore. non so spiegarmelo è una cosa insopportabile. devo aver fatto sogni enormi ingombranti, e un pachiderma deve essermi seduto sul ventre perchè adesso ho una strana sensazione che assomiglia alla tristezza. penso ai trattori nei campi con le grandi ruote sporche di fango. penso alla terra alla semina al granturco.  quando ero bambina correvo in mezzo alle schiere di pannocchie e mi tagliavo la pelle, la faccia, sgualcivo i vestiti. mentre gli insetti si cibavano di me io sentivo il fiatone crescere a colmarmi e mi dicevo ecco che il vento m’attraversa………                                                                                                                  servirebbe un fiatone così, l’orma dell’elefante scomparirebbe una volta per tutte davanti al mio gonfiarmi palloncino.

eppure          Nessun straordinario respiro oggi, nessuna magia. la natura è ciclica nel crescere e morire, sarà insomma contemplato anche sfiorire. mi calmo in un soffio d’aria cotta e serro le palpebre come tapparelle

non voglio allargarmi all’infinito: esplorerò il riflusso, la discesa, il declino

ho intinto la testa del pesce spada nell’inchiostro blu mare. la macchia s’è fatta parole sul foglio di carta appena pescato. io non ho fatto nulla, limitandomi a sgorgare.

sono piccola ma non sono ancora niente.
quando arrivi? torni?  non ti dico che ti amo ma la notte quando dormi ti solleverei la pelle come fossi un tappeto e spierei la tua strana consistenza.
parli? io sento sì sento che misuri col tempo le distanze. trabocco perchè il tempo è solo acqua e noi  invece solo soli.
camminiamo lenti sul fondo, abitiamo gli abissi con le sue meduse lampadine e gli estranei sommozzatori. lo so perchè quando ritorno a casa tu mi baci la bocca e dici ” è asciutta” e allora io bevo ogni pozzanghera, sudore, lacrima.  ho sete comunque ce l’avrò per sempre ma mentre mi guardi e rincorri il deserto trovi terra terra e ancora e non sai più nulla.
lo so che sto cambiando nei tuoi  tipregoresta ma è questo quel che ho: una burrasca, la tempesta?
è tutto, sul serio       il resto è mio e basta e più nemmeno una parola.
perchè il destino è contorto e io so leggere soltanto le mani.

“Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”. – Pessoa