gennaio 30, 2010

aveva uno di quei cappotti a quadretti dalle spalle grosse che scendono giù fino quasi alle caviglie. le dita sottili, ricoperte da una pelle anziana che non cambia più muta ma se ne sta muta ad ignorare il tempo.   il cappello era infilato con insistenza e determinazione su di un cranio leggero, quasi disegnato.               era dolce, la vista.                    mi chiedo quasi con distrazione se sia un uomo o una donna, la creatura.  oh.   spero senza tregua che il pensiero non si sia fatto visbile, in un fumetto. richiamo le nuvole scure che ingombravano i paraggi a nasconderlo   fino a cambiarmi anche l’umore.                          

poi, un attimo, da sotto il berretto scivola un orecchino di perla che contiene la sua leggera verità. scivola quasi con distrazione, quasi controvoglia.  

un’apparizione

la parola non mi lascerà per minuti e minuti ancora. perchè ne avrei bisogno a colazione coi biscotti e il the    di quelle che si strofinano sulle tapparelle o contro il cuscino.  cha sappia di luce, legno, consolazione.

credo che grandi uccellacci potrebbero infilarsi dal finestrino dell’autobus rumoroso (che fracasso) e agitarsi, indignarsi accorgersi di lei, la signora, e tirar via scollare scindere le rughe che la separano dalla sua gioventù e tra ali schiamazzi piume e starnazzi, restituircela.       sarebbe una grande apparizione. così rimango fino a quando lui m’annusa e

mi dice, sai di sera.

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terrena mio malgrado

gennaio 21, 2010

mi piace il mattino mentre si dischiude al giorno.

il gabbiano vola appena più in alto dell’orizzonte. il torpore della laguna ancora assopita si manifesta nel silenzio rarefatto mentre cospirazioni d’ombre si dissolvono col primo sole.

mi hai chiesto dove sei e io avrei voluto non esserci
dietro a schiene giganti di monti,
mi chiedo se fuggo o se rimango ancora
in questo fiato piatto
e loro ricurve, dal peso dei cento tramonti
si chiedono se non sia l’ora
di lasciar spasmi e fantasmi al vento.

salgono le voci dalla strada e con loro sale anche il fremito del terremoto da terre lontane. me ne resto seduta, per ora.    fuori dalla finestra l’aria sembra aria e non acqua grigia o verde            che mi fa nuotare e stanca mentre non riprendo fiato e non mi curo dei fondali.

cosa sono, io, in questa stanza?    un respiro  un gesto un fiore? nemmeno   cosa sposto nel mondo che s’illumina di giorno e s’abbandona, si svuota la notte. crea ricordi, li raccoglie, li colleziona. dissotterra e sepellisce gatti. si asciuga i capelli, innaffia i fiori, fa l’amore nell’appartamento di sotto e cerca di far piano.  

conta i giorni e li esaurisce.   (li riconta e ne scopre uno nascosto tra le dita)

èlavita.

buonanotte a due mani *

gennaio 18, 2010

(disegno di sergio, la buonanotte invece era in inchiostroseppia n1)

gennaio 15, 2010

cos’è che manca?

oltre quel bianco e oltre quel fiume un albero secolare s’è lasciato sfasciare dal tempo. è strano che non siano accorsi i passanti, sarebbero accorsi per l’uomo d’infarto il bambino in pianto e la donna parto

immagino il tonfo, lo smisurato pianto. muti gli alberi anche cascando. liberarmi dei discorsi, sostituire la pesantezza delle parole con quella del tronco.  in questi giorni mi sdraio sotto le piante del lago e mi nascondo.

non contemplo, non ricordo

è vero, sono fuori dai giorni    come l’acqua del lago è fuori dal tempo

[la foto è mia, come anche la mancanza, le piante del lago invece ]

un anno fa.

gennaio 10, 2010

nelladella romania

gennaio 7, 2010

 enormi i palazzi sembrano grandi statue di soldati      caduti in guerra    caduti non ancora i palazzi ma quando li guardo dal basso e nevica mi chiedo Cadranno? e per tutta risposta loro rimangono lì. in piedi e in guerra.                   hanno l’aria fiera ma anche un pò triste come se stessero lottando per qualcosa di morto  e forse lo sanno ma non lo dicono mai.

i cani randagi sono ombre la notte e di giorno sono soltanto la tua, perchè ti seguono se hanno fame e nulla da fare. in genere non ce l’hanno. quando invece si,  stanno litigando il cibo dei cassonetti della spazzatura.      son docili fino a non chiederti nulla, che sanno che sei come loro        vaghi   cerchi, e solo alle volte trovi.

le persone qui camminano più piano vestendo pellicce l’inverno e non si toccano spesso ma quando lo fanno senti la brina sciogliersi e cadere a grandi gocce. hanno lo sguardo più basso ma più mite e la notte di capodanno ballano in piazza muovendo i piedi le gambe la voce.         se si guardano e sorridono in mezzo allo spazio dei due sorrisi accade qualcosa.                      le donne non fumano quasi mai per strada.

agli angoli dei marciapiedi  possono comparire dei preti ortodossi con il loro odore di incenso e di dio che benedicono le ragazze che vogliono farsi benedire.                     l’ho trovato buffo ma ora non più tanto.

dalla finestra di casa nostra si vede la punta di un abete, quella alla quale si mette la punta a natale che non mi è mai piaciuta. si vede anche un parco, e dei ragazzi travestiti da capre colorate che bussano di porta in porta. recitano in rima e in rumeno con gli occhi che vorrebbero essere altrove ma il corpo no. qualcuno stringeva i pugni come quando si vuole ammazzare un dentifricio.

ho amato lo spazio che occupavo,la città, l’aria fredda, la mattina, la stufa                                                    e il numero di Mi dispiace che ci sono voluti per farti smettere di piangere

ce ne sono voluti sei.