dicembre 21, 2009

 

nevica sulla città.

certe volte la neve sembra così pesante, anche quando cade come coriandoli sparpagliati. certe volte vi guardo con gli occhi di uno spettatore infreddolito e mi accorgo di come tutto resti immobile, ricoperto d’un bianco stanco.             chissà cosa succederebbe se mi mettessi ad urlare adesso     se riuscirei a scrollare almeno qualche ombra lattea che non abbandona i rami neanche di giorno.

poi non lo faccio.  forse trovo in questo manto     il sonno intatto.   e lascio anche il mio corpo divenire la scalinata, il tetto, l’insegna, l’albero, il marciapiede, la bicicletta, il lampione

e giace.

Annunci

dicembre 19, 2009

 

                amo il rumore della macchina da scrivere

e pure te

nevica

dicembre 17, 2009

sono una ventriloqua, mh è la mia pancia che parla.  perciò sarà più facile raccontare questa storia senza che nemmeno me ne accorga.

camminava di fretta la bimba d’inverno,
la giacca era stretta, il freddo era eterno,
così chiuse gli occhi per non farli tremare
e ai primi rintocchi non potè più guardare.
“son cieca, son orba”, era tutto un tormento
“io spero che assorba la tenebra il vento”.
.
sentì il suo dolore un eccentrico mago
in un bianco candore volava il suo drago
“che scoppino i tuoni, scompaiano i giorni
si fermino i suoni , vi invoco    unicorni!”
saltò con un balzo e si mosse la terra
quando in piedi ma scalzo d’un tratto l’afferra.
.
lui nulla previde spalancando il mantello,
ma per ultimi vide, i capelli pastello
a uno strano portento, su oceani e mari,
il mondo era intento coi suoi focolari
lei gli occhi riaprì  sentendo il calore
e un uomo scoprì  dallo sguardo incolore.
.

dicembre 13, 2009

 

                                                 foto di lucalacche – en route

mi mancano i gabbiani sopra i pescherecci,  la notte buia,  il porto.

svegliarsi, sapere di sale e non sapere invece, come abbia fatto, il mare

visioni ladrone

dicembre 10, 2009

lo so che mi senti distante

ma è proprio così

certe volte ti vedo friabile come un cracker nella tasca di un cowboy in galoppo. e ho visioni terribili di grissini spezzati, rami secchi e matite spaccate, bacchette magiche e cinesi, racchette da tennis, biscotticotti e della fortuna   frantumati fracassati schiacciati e spezzettati.

m’allontano allor di corsa in un modo che assomiglia molto all’andatura del cowboy di prima. non so che farci. son quelle cose come i deja-vue e il singhiozzo: imprevedibili ed inarrestabili finchè non si decidono ad andare.

hai quel profumo di pane, di pene e di pera. io piena di te non so se pensare o predire. penso

c’è il sole, troverò qualche briciola, in questa giornata, per prendere caterina, la bicicletta, e aisha, la macchina fotografica e andar a salutare la fetta di polenta. è fantastico che esista ancora.

l’assaggerò oggi e la deglutirò dopodomani per superstizione: francesco si laurea di sabato

chelefettedelvestitoastrisce    sian con lui

[foto di anna ninon] [il luogo è il lungo Po di Torino] [il resto, me]

ho le dita, le mani, i lacci e le trecce incrociati e sudati ma li tengo così

 

non molto lontano da qui, ho spedito un pacco ieri mattina. ho ancora le mani sporche di blu e vinavil.  nel momento in cui la grande scatola di cartone s’è sottratta al mio sguardo finendo in qualche ripostiglio, mi sono sentita come uno di quei palloncini gonfiati tra soffi e soffi e poi lasciati a svolazzare per la stanza     rimbalzando da parete in parete con i caratteristici suoni stropicciati.

sgonfia di chissàpoiquali pienezze. 

ritornata a casa ho messo il letto nel mezzo della stanza e ho spalancato le finestre.  ci ho messo tutta la mia concentrazione per proiettarmi in altri luoghi.

Nasce,   fiorisce il ghiaccio, l’enorme distesa di ghiaccio così lontana dalla città.  Si vedono delle luci lontane attraverso degli occhi così sfocati da essere miopi o pieni d’acqua, da due piccole fessure. oh, è un corpo di uomo.  Non si accorge di ospitarmi e continua a camminare.  Fiorisce l’inverno: il freddo che abbiamo sotto i piedi nudi si disegna di tante linee da assomigliare al palmo di un piede o di una mano. Luci opache si sollevano dalle increspature del ghiaccio, come polline.

ecco che parla:  ” Tu mi cuoci, ma dove, dove ancora dovrò finire? ho contato ogni passo, ogni sguardo sprecato, dimenticato su qualche roccia o albero o nuvola. quelle volte che lasci che gli occhi si muovano senza guardare e non ce ne facciamo nulla. 

Ho seminato tonni e salmoni perchè tu potessi seguirmi.”         Continuò a parlare ma smisi di ascoltarlo, gli uomini che amano le foche sono imprevedibili.  La forma spigolosa della scatola mi premeva contro il ventre, provai a deglutirla ma niente. Mentre guardavo la barba incolta di quell’eschimese, gli occhi limpidi, le mani screpolate e per ultima la sua disperazione, capii che stava tramontando il sole. Macchie di stelle e stormi d’uccelli si confondevano e affollavano il blu.

Lo baciai sulla fronte e tornai nella stanza.

Mi mancano le storie che iniziano e finiscono. mi sembra d’essere una tigre che salta nel cerchio infuocato. Dura solo un attimo eppure è quello a cui cui siam state addestrate.

Bacio sulla fronte anche la tigre, se non è d’umor cattivo, per la sua incresciosa sorte. “magari passo una sera di queste”

ninfa delle sorgenti

dicembre 5, 2009

“Arrivai alla pozzanghera. Non riuscii ad attraversarla. Persi l’identità. Noi non siamo nulla, mi dissi, e crollai. Volai via come una piuma, vorticai dentro un tunnel. Poi con grande cautela spinsi in avanti un piede, mi appoggiai con una mano al muro di mattoni rossi. Ritornai in me con grande fatica, rientrai nel mio corpo, superai la pozza grigia, cadaverica. Ecco la vita a cui mi riconsegno”

“c’è una pozzanghera [..] e io non riesco ad attraversarla. Sento il rumore della grande mola a un centimetro dalla mia testa. Il vento mi ruggisce in faccia. Ogni forma di vita, anche la più manifesta, mi sfugge. Se non allungo il braccio e tocco qualcosa di solido sarò scaraventata in eterno per dei corridoi senza fine. Ma che cosa posso toccare? quale mattone, quale pietra? per tornare al mio corpo, sana e salva, avendo evitato l’enorme abisso?”

pagina 56 e 148 del mio libro preferito. -Le Onde- di Virginia Woolf.

Lei è Rhoda, ninfa delle sorgenti.

abbiamo tre lettere del nome uguali che su cinque diventa una fatalità. rhoda deve avanzare sospetta per non cascare dall’orlo del mondo nel nulla   chè lei è il passaggio dal mondo cavo (che ci contiene nell’abbraccio dello spazio col tempo, che è la nostra salvezza) all’esposizione vertiginosa all’esterno, quando ci sentiamo arrischiati su superfici che non ci tengono.

e finiamo per perdere anche il ricordo della nostra più vera natura di abitanti delle interiora, delle profondità, non delle superfici.

ma non dobbiamo sempre capire, c’è una conoscenza che si forma nell’incomprensione

come quando una rondine affonda un’ala nell’acqua nera.

ringrazio tanto nadia fusini per quello che fa e dice